Nuovi Neuroni

Nel 1998 Peter S. Eriksson e i suoi collaboratori hanno per la prima volta dimostrato la capacità del cervello umano di generare nuovi neuroni(1). Nei mammiferi, la neurogenesi nell’individuo adulto ha luogo principalmente nell’ippocampo(2),(3), la regione deputata principalmente alla memoria e all’apprendimento. La produzione dei nuovi neuroni è discreta nel tempo ed è condizionata da fattori ambientali. Il consumo di sostanze alcoliche ne può ritardare la generazione, mentre le attività che richiedono una elaborazione o uno sforzo di tipo cognitivo aumentano la frequenza con cui esse nascono(4).

Ma cosa succede in realtà? I ricercatori hanno dimostrato che i nuovi neuroni generati nell’ippocampo nascono come cellule non specializzate. Esse cominciano a differenziarsi, sviluppando i dendriti (le ramificazioni che permettono loro di connettersi alla corteccia) e gli assoni che si estendono verso la regione CA3 prossima all’ippocampo. A questo punto i nuovi neuroni, ancora non del tutto collegati in rete ai neuroni preesistenti, diventano sensibili ai neurotrasmettitori e si rendono disponibili a partecipare al processo di apprendimento. Se opportunamente stimolati terminano il loro processo di differenziamento e si integrano completamente nella rete neuronale pre-esistente.

Esperimenti condotti su modelli murini hanno permesso di trarre la conclusione che i compiti, anche semplici, ma che implicano uno sforzo cognitivo, stimolano la sopravvivenza e l’integrazione dei nuovi neuroni nel cervello.

La nascita dei nuovi neuroni rappresenta la disponibilità del cervello a nuove sfide cognitive e di adattamento all’ambiente. Se i nuovi neuroni non vengono stimolati in modo appropriato, vengono eliminati, perché ridondanti rispetto al sistema già in uso(4).

Ad ulteriore conferma, modelli sperimentali di Alzheimer (patologia neurologica caratterizzata da una progressiva degenerazione e morte di neuroni cerebrali) dimostrerebbero che i malati, in grado di impegnarsi pienamente in uno sforzo cognitivo, potrebbero significativamente ritardare la progressione della malattia.

Gli studi sopra illustrati mostrano che, nel cervello, i nuovi neuroni costituiscono il correlato fisiologico del potenziale che l’individuo ha di integrare dei nuovi schemi cognitivi.

L’esperienza viene vissuta ed elaborata mediante l’interazione con l’ambiente e gli eventi circostanti. Quanto più l’esperienza richiede un adattamento comportamentale – e quanto più questo richiede l’applicazione di schemi di interazione non già sperimentati – tanto più viene stimolata l’integrazione dei nuovi schemi cognitivi appresi.

Se lo sforzo di adattamento all’ambiente e all’esperienza vissuta è efficace, il sistema nel suo complesso migliora. Al contrario, la reiterazione di schemi di risposta noti – che non implica uno sforzo di riadattamento – non ha bisogno di nuova integrazione e pertanto nessuna nuova informazione viene aggiunta e integrata a livello cognitivo.

Il fenomeno di integrazione può verificarsi tutti i giorni della nostra esistenza, qualora l’individuo superi gli empasse comportamentali cercando continuamente risposte nuove di adattamento all’ambiente e agli eventi vissuti.

Un sana attività fisica, la capacità di muoversi nel mondo con un io sufficientemente elastico e ricettivo agli stimoli e la disponibilità di relazione con gli altri portano (qualora ben integrati ed adattati all’ambiente circostante) all’aumento del potenziale cognitivo e al relativo aumento della neuroplasticità cerebrale, con la formazione di nuove cellule e nuovi collegamenti, per il reperimento, anche a livello del corpo fisico, di strade alternative di elaborazione e traduzione delle informazioni.

NOTE:

(1) ^ Eriksson PS, Perfilieva E, Bjork-Eroksson T, Alborn A, Nordborg C, Peterson DA and Gage FH. (1998) Neurogenesis in the adult human hyppocampus. Nat. Med. 4(11):1313-1317.

(2) ^ Rakic P. (2002) Adult neurogenesis in mammals, an identity crisis. J. Neurosci. 22:614-618.

(3) ^ Alvares-Buylla A. and Garcia-Verdugo JM. (2002) Neurogenesis in adult subventricular zone. J. Neurosci. 22:629-634.

(4) ^ Shors TJ. (2009) Saving new brain cells. Sci. Am. 300(3):16-52,54.