Il viaggio verso se stesso

Nella sua evoluzione, l’uomo ha sempre cercato di “comprendere” l′ignoto, il trascendente e di realizzare il bene più prezioso, ciò che ha sempre posseduto: se stesso. Nei secoli, la naturale tendenza al sapere – l’istinto epistemofilico – ha condotto alla nascita della scienza tuttavia, durante il suo percorso, la conoscenza è divenuta lo scopo finale ossia la meta e non più il mezzo.

La storia umana è la storia di un viaggio alla ricerca del significato dell′esistenza stessa. Nel corso della vita, l’uomo costruisce “io” sempre più complessi identificandosi con i vari aspetti di sé: da quelli più esterni, fisici, a quelli più profondi. Il particolare “io sono” organizzato ha determinato il modo, il mezzo con cui effettuare il viaggio, a volte verso l’interno e, a volte, verso l’esterno di se stesso. Nella nostra cultura tale identificazione è essenzialmente a livello mentale: l’io dell’uomo moderno mantiene sì componenti legate alla fisicità e all’emotività ma esse sono sempre più mediate dall’analisi mentale.
Nella scienza ciò ha permesso lo sviluppo di numerosi modelli esplicativi del funzionamento del “sistema” uomo. Tali modelli, da un lato, hanno permesso il superamento del blocco creato da concezioni filosofiche e religiose dogmatiche che, assumendo l′esistenza di un principio vitale, non rendevano possibile l’approccio all′indagine scientifica(1). Dall’altro, però, hanno condotto alla deificazione della mente e al tentativo di creare una scienza onnicomprensiva.

Di fronte al dolore, al disagio, la psicologia ha cercato di capirne i “perché” studiando la mente dell’uomo utilizzando, però, la mente stessa. Essa è così divenuta l’osservato e l’osservatore, ma l’uomo dove è finito? Dentro la sua mente? Ma la mente ha i suoi limiti e non può “afferrare” ciò che è fuori e ciò che è “oltre”.

A questo punto il “viaggiatore” si trova a dover affrontare una scelta: continuare la strada attraversando la frontiera e passare da una sponda all’altra; oppure accontentarsi di rimanere ad esplorare il territorio mentale e, come un diligente ragno, costruire “tele” sempre più complesse ed affascinanti, senza rendersi conto di divenire “preda” del proprio prodotto.
L′esigenza di uscire da questo vicolo cieco, è stata avvertita in primis dai più famosi scienziati. Dopo aver costruito per anni modelli psicologici dei processi mentali (come ad esempio quelli cibernetici), si sono sempre più rivolti verso lo studio di concezioni filosofiche o verso la ricerca spirituale. Solo accettando i limiti dell′approccio scientifico e della stessa mente è possibile proseguire e, comprendendo più profondamente, aspirare a raggiungere nuovi orizzonti.

Improvvisamente l′accettazione del fallimento dell’analisi psicologica acquista valore, diviene la forza propulsiva del cambiamento: finalmente l’attenzione si concentra sulle componenti oggettive della realtà. Imparate le regole di funzionamento di questa mutevole “macchina” essa non risulta più in balia del caos esterno, ma diviene il mezzo espressivo della propria interiorità, la manifestazione del proprio Sé.

NOTE:

(1) ^ Per una trattazione dettagliata dell′evoluzione dell’epistemologia della scienza psicologica si veda J. Piaget Le scienze dell′uomo, Laterza, Roma-Bari, 1983.