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Contemplare


“Il cane ha la natura del Buddha?”
(Mumon. La Porta Senza Porta. Adelphi, 1987, pp. 19-20)

Guardare a lungo, osservare con attenzione cosa che desti meraviglia o ammirazione. Meditare, considerare, fissare il pensiero su qualcosa (la verità). Prevedere, prendere in considerazione, riferito a leggi, regolamenti.

Etimologia

Il termine italiano deriva dal verbo latino contemplo (contemplare, osservare, guardare attentamente, riflettere, considerare). Contemplo, contemplare: essere in sintonia con il templum.
Dal latino cum (attraverso, con, per mezzo di) e templum (distesa, veduta, altura, tempio, lo spazio del cielo). Templum deriva dalla radice indoeuropea TAM (misura del moto tra due punti, spazio delimitato, misura del moto della luce, tempo, dividere, tagliare). Dalla stessa radice deriva il termine latino tempus (misura del moto della luce, tempo) e il termine greco τέμενος [temenos] (spazio dedicato a una divinità, luogo sacro, bosco sacro).

Studio delle radici TAM e TAN

La radice indoeuropea TAM è collegata alla radiceTAN e concorrono entrambe ad esprimere la nozione di “tempo”.
TAM – La consonante m ha conservato in questa radice il significato primario di “limite”. Il senso era “limitare (m) il moto tra due punti (t)” e, quindi, dividere, tagliare. Prese poi il significato di “limite (m) del moto della luce (t/d), per cui il tempo fu considerato un “ritaglio”, un “frammento” di luce.
TAN – “Muovere da un punto ad un altro (t) con moto di estensione e di espansione tipico del respirare/soffiare (an), tendere, estendere, risuonare.
Da quest’ultima radice derivano i verbi tan, tanyati (estendersi di un suono, risuonare, tuonare, ruggire) e tan, tanoti (tendere, estendere, propagare).
Nei diversi termini derivanti da TAN è implicita l’idea di continuità, persistenza e durata dell’azione, ovvero “il passare del tempo”. Inoltre la radice TAN rappresenta ciò che unisce e lega ogni attimo/punto, mentre TAM indica “lo scandire degli attimi del tempo”.
Esaminando i valori di entrambe le radici il termine contemplazione sembra indicare il mezzo attraverso il quale è possibile l’unione tra ciò che è scandito in ogni attimo e la linea di continuità che unisce ogni “frammento” di luce.

È da notare che dalla radice TA deriva anche il termine sanscrito Tathātā (talità, quiddità, il vero stato delle cose, la vera natura delle cose). Nel buddhismo mahāyāna, con Tathātā si indica l’Assoluto.

Analisi del concetto nelle lingue orientali

Il concetto di contemplazione è espresso in sanscrito da diverse parole tra cui Samādhi, Nididhyasana e Naishkarmya

SAMĀDHI
È l’unità che si realizza quando le modificazioni mentali cessano d’essere influenti.
Il termine samādhi (assorbimento, stato di meditazione equanime, contemplazione unificata, totale equilibrio) deriva dalla radici indoeuropee SA/ SAM/SAMA che indica “l’effetto dell’azione (a) di legarsi (s). Per estensione significa anche con, simile, insieme. Da queste radici deriva il termine sama (stesso, simile, uguale, unione).
Da SAM deriva il greco ἅμα [ama] (insieme, nello stesso tempo) e il latino sĭmul (insieme, simultaneamente). Ciò implica il concetto di tempo, trattato in precedenza tramite le radici indoeuropee TAN/TAM da cui deriva il termine contemplazione.
Dalla radice indoeuropea SAM (“effetto dell’azione di legarsi”, quindi “unione”) deriva anche la radice STAM da cui derivano στόμα [stoma] (bocca, apertura, parola) e στόμαχος [stomakhos] (orifizio, gola, stomaco) (Vedi “Studio sulla parola nutrire“).

Nella filosofia induista la “contemplazione senza seme” (ossia l’assoluta coincidenza tra osservatore e osservato, tra soggetto e oggetto) è indicata dai termini nir-bīja-samādhi e nirodha-samāpatti(1), dove nirodha (sinonimo di nirvāṇa) indica estinzione, riassorbimento di ciò che era emerso come forma o modificazione nella “sostanza”.
Tra le varie pratiche meditative induiste, si trova il Rājayoga(2), definito come “yoga reale” (Unione Reale), e il Rājādhirājayoga(3) che secondo la tradizione porta al superamento della divisione soggetto-oggetto attraverso la contemplazione del proprio principio vitale. Dalla “mente unica” (non frammentata) deriva la “non-mente”, mente che non dimora in nessun posto.

Mnyam-nyid ting-nge-’dzin
L’espressione nir-bīja-samādhi può essere tradotta letteralmente come “il terminare nel totale assorbimento” e corrisponde al tibetano mnyam-nyid ting-nge-’dzin (contemplazione non duale).
Mnyam-nyid corrisponde al concetto di non duale/senza seme (in sanscrito nir-bīja) mentre ting ngedzin(4) (trance mistica, concentrazione, stabilizzazione meditativa) è la traduzione del termine sanscrito samādhi.
Il termine ting ngedzin è collegato a radici che riportano a: suono del metallo, aver bisogno, volere, richiedere, afferrare, comprendere, aggrapparsi. L’etimologia rimanda al concetto di “afferrare il suono richiesto” o “afferrare e aver bisogno del suono”. Il “suono del metallo” potrebbe evocare le campane della meditazione(5) o altri sussidi alla meditazione auditiva(6).
L’analisi metallurgica della campana originale utilizzata in India, effettuata dalla Concordia University, Quebec, evidenzia una lega metallica di 8 elementi(7) (8 chakra): rame e stagno con tracce di ferro, piombo, zinco, oro, argento e mercurio. Nella campana la vibrazione viene indotta tramite un bastone che ruota attorno al bordo generando un attrito che fa risuonare la campana oppure che colpisce la campana con un tocco. È possibile variare il suono della campana riempiendola di acqua.
Le campane tibetane (composte invece da una lega di sette metalli) e i gong himalayani sono parte integrante di quella che viene chiamata (anche in Occidente) terapia del suono. Lo scopo è di indurre, tramite le frequenze emesse, un profondo rilassamento e la sincronizzazione delle loro onde cerebrali dei due emisferi cerebrali. Dal punto di vista spirituale, l’ascolto dovrebbe contribuire alla meditazione sul suono del Vuoto.

Il buddismo tibetano è caratterizzato dalla connessione tra la concezione metafisica (aggrapparsi, avere bisogno del suono) e la scelta dell’isolamento – come percorso storico – nel tentativo di creare condizioni che contribuiscano a non perturbare la propria condizione interiore raggiunta.

NIDIDHYASANA
La nididhyasana è l’ininterrotta contemplazione. È l’ultimo dei tre stadi della realizzazione vedantica(8). Il termine deriva dal verbo nidhyai che significa osservare, percepire, meditare, ricordare, collegato al verbo nidhā (deporre, radicare, depositare, giacere, fissare, mettere dentro). Dalla stessa derivazione si trovano i termini sanscriti nidhi (in cui si pone giù, deposito) e nīḍa (luogo in cui si è stabili, nido) da cui il latino nīdus (nido, dimora).

NAISHKARMYA
Naishkarmya significa “assenza di azione”. La scuola dell’Advaita Vedanta (Vedanta non duale), con l’espressione Naishkarmya Siddhi (“Realizzazione dell’Assoluto”), intende il Sé nella Sua pura natura, privo del processo manifestante costituito dall’intero sistema delle azioni, dei loro elementi componenti e dei loro risultati. Siddhi, infatti, indica l’effettiva realizzazione dell’identità con il Principio Metafisico. In questo senso il concetto di contemplazione assume il valore di “Identificazione Reale”, “Identità Reale Assoluto”.
Il termine naishkarmya è composto dalle radici NA e KA. Naish, che deriva dalla radice indo-europea NASH, significa: “collegarsi (sh) con le acque primordiali (na)”, “raggiungere (s) il mondo dei Padri defunti posto nell’oceano tenebroso (na)”, ritornare a casa, morire. In conclusione, l’originario significato indo-europeo era l’“attraversare l’oceano tenebroso della morte (dell’io)”.
Da NASH deriva il verbo sanscrito nash, nashyati (perdersi, andare nel nulla, perire). Da essa hanno origine anche le radici latine nox (notte, ombra, tenebre, oscurità, buio, sonno eterno, morte, le tenebre dell’ignoranza, la dea Notte) e nos (noi).

Nel significato del concetto di contemplazione confluiscono i valori semantici delle radici indoeuropee da cui hanno origine anche le parole caos, nulla e noi. Si può ipotizzare, quindi, che la contemplazione sia il superamento di un percorso di coscienza che attraversa questi tre concetti.

NOTE:

(1) ^ Sinonimo di Samadhi è il temine Samāpatti, che deriva sempre dalla radice SAM.

(2) ^ Rajas: energia, attività, dinamismo. Rajas è una tre qualità della materia o guṇa ed è il motore di tutto il divenire e di tutte le forme di movimento.

(3) ^ Secondo alcune classificazioni il Rājādhirājayoga è l’ultimo stadio dello yoga. Cessa ogni forma di pratica fisica per arrivare a una pratica esclusivamente meditativa che porta a coronamento la propria realizzazione spirituale.

(4) ^ Cfr. Tibetan Renaissance Seminar – https://collab.its.virginia.edu/wiki/renaissanceold/ting%20nge%20%27dzin.html

(5) ^ Queste campane, dette tibetane, si trovano nella maggior parte delle regioni himalayane e in particolare in Tibet (la loro storia è prevalentemente legata a quel paese), Nepal, Bhutan. La tradizione è stata portata dall’India – insieme agli insegnamenti del Buddha – dal grande maestro tantrico Padmasambhava nell’8° secolo d.C.

(6) ^ Cfr. Ch’uan-hsin fa-yao di Huang-po: ‘L’uomo comune si aggrappa all’oggetto, colui che cerca predilige il cuore. Chi ha dimenticato entrambi – cuore e oggetto – a questi si manifesta la verità assoluta’.

(7) ^ Rame 77,2%, Stagno 22%, Ferro 0,14, Piombo 0,04%, Argento 0,03%, Mercurio 0,02%, Oro 0,01%, Zinco 0,01%

(8) ^ Il Vedanta descrive il triplice processo che porta a completare il Risveglio e la Realizzazione: Shravana (ascoltare, sentire la Verità); Manana (contemplare la Verità); Nididhyasana (vivere e respirare la Verità).

(9) ^ Il nido è luogo in cui ci si rifugia e in cui viene covata la nuova vita.