Cadere nel Ruolo

Nella vita di tutti i giorni ognuno di noi si muove e agisce in contesti diversi: la famiglia, il lavoro, gli amici, il rapporto di coppia, gli studi.

In questi diversi ambiti entriamo quindi in gioco con “io” diversi.
Per esempio un manager direttivo, a volte persino dispotico sul lavoro, in famiglia può rivelarsi un tenero e affettuoso papà, incapace di imporre regole o impartire una disciplina severa ai propri figli; oppure una persona seriosa e riservata in ufficio, può mostrare il suo lato divertente e istrionico nel suo gruppo amicale.

In ogni contesto di riferimento recitiamo ruoli diversi, assumiamo atteggiamenti e comportamenti che implicitamente corrispondono alle aspettative della rete di persone che condividono quei codici. Tuttavia le nostre modalità comportamentali non sono dipendenti solo dalle pressioni degli altri e della società in genere, ma risultano essere vincolanti nella misura in cui siamo noi stessi a dare forza e credibilità ai ruoli che interpretiamo.

Cadere nel ruolo inoltre, è tanto più facile quanto maggiore è lo sforzo che richiede e il tempo che gli dedichiamo come può accadere ad una persona che abbia scelto di fare carriera, di prendere i voti o ad un politico militante. Totalizzare un aspetto della propria esistenza comporta il rischio di irreggimentarsi in un “io” ben delineato in cui si crede e che non si ha più il coraggio di “dismettere”. Di conseguenza gli altri ambiti di apprendimento si trovano ad essere non solo drasticamente ridotti e impoveriti, ma “invasi” da un “io” non congruo e distonico “che fa ombra sugli altri”.

Paradossalmente ad occhi esterni la persona in questione può apparire sana e realizzata, ma quello che sembra un punto di forza è in realtà una grande debolezza. Un io “forte”, infatti, spesso ha cristallizzato pensieri e comportamenti che ripetendosi uguali risultano essere, da una parte, prevedibili e, dall’altra, efficaci solo se le variabili del contesto di riferimento permangono inalterate. A lungo termine, il ruolo e l’io che lo sostiene si fondono in una struttura psichica evolutivamente non vincente e potenzialmente dannosa per il benessere e la salute della persona.

Per non cadere acriticamente nei ruoli che rivestiamo è necessario pertanto mantenere una equidistanza, che ci consenta di interpretarli senza identificarvisi morbosamente e senza rifiutarli aprioristicamente: di fatto l’attaccamento o il rifiuto verso un oggetto ci lega allo stesso modo. Saper usare una molteplicità di ruoli o utilizzarne uno in particolare, che risponda alle esigenze dettate dall’ambiente, mostra adattabilità nel cambiare schema e non è limitante per l’espressione dell’essere.
In pratica gli atteggiamenti, le identità che assumiamo di volta in volta sono funzionali solo se li consideriamo di passaggio, se li usiamo momentaneamente. In questo modo non si produce alcun irrigidimento.

Apprendere a “spostarsi” dentro se stessi, considerando diversi punti di osservazione, consente di essere attori, registi e pubblico e perché no, quando serve, a non prendersi troppo sul serio.