Stili di attaccamento e orientamenti interpersonali affettivi

Con il termine attaccamento s’intende, in senso molto generale, un forte legame che s’instaura fra un essere vivente, che si percepisce debole e vulnerabile, e un altro individuo capace di dargli conforto, aiuto e sostegno.

Gli studi sull’attaccamento hanno avuto inizio dalle storiche osservazioni dell’etologo Konrad Lorenz (1935) sull'”imprinting” negli anatroccoli e sono poi giunti ai giorni nostri attraverso le importanti ricerche dello psicoanalista inglese John Bowlby sui bambini separati dalla madre. Bowlby ha dimostrato come il bambino in situazioni che interpreta pericolose (fame, dolore, stanchezza, stimoli nuovi o inaspettati, comparsa di estranei o assenza di persone note e rassicuranti) produca dei comportamenti, su base innata, tesi ad ottenere al più presto possibile la vicinanza rassicurante della persona in grado di tranquillizzarlo, cioè la “figura di attaccamento” generalmente la madre. Questa figura è diventata tale grazie all’interazione di meccanismi innati presenti nel neonato e nella madre. Essi fanno sì che il piccolo rivolga la sua attenzione ed emetta segnali nei confronti di organizzazioni di stimoli con una determinata configurazione (viso, sorriso, voce, ecc.) e che la madre risponda in modo adeguato a tali richieste. Il modo con cui la figura materna risponde alle richieste di attaccamento del bambino è essenziale per lo stabilirsi di uno specifico tipo di attaccamento e quindi per lo sviluppo della sua sicurezza di base.

Gli importanti studi di Mary Ainsworth (1978) hanno permesso di individuare i diversi tipi di attaccamento tramite la situazione sperimentale della Strange Situation. Il bambino viene esposto a una sequenza di brevi (circa 3 minuti ciascuno) episodi di separazione e riunione con sua madre in un ambiente confortevole, ma estraneo. Sono stati così identificati quattro tipi di attaccamento che dipendono dagli atteggiamenti materni.

  1. Attaccamento ansioso-evitante: i bambini non protestano quando la madre si allontana, si mostrano indifferenti e continuano a giocare da soli o con l’adulto estraneo; quando però la madre fa ritorno, essi la evitano accuratamente. Le madri di questi bambini non si mostrano disponibili a rispondere alle loro richieste. Talvolta sono del tutto ostili o esprimono un certo rifiuto nei confronti dei figli o fastidio per le loro richieste di sostegno e conforto. Non amano il contatto fisico, hanno scarse capacità mimiche e volto inespressivo.
  2. Attaccamento sicuro: i bambini sono capaci di attiva e tranquilla esplorazione dell’ambiente circostante quando la madre è presente, piangono e protestano quando questa se ne va, ma ridiventano sereni quando essa fa ritorno. Queste madri si mostrano disponibili a rispondere in modo tranquillo e rilassato alle richieste di aiuto da parte del bambino, ma lo fanno solo quando tali richieste vengono esplicitate.
  3. Attaccamento ansioso-resistente: questi bambini protestano come i precedenti in caso di separazione dalla madre, ma non riescono a tranquillizzarsi quando questa fa ritorno e continuano a piangere apparendo inconsolabili; esplorano l’ambiente in modo meno sicuro e attivo rispetto ai precedenti e si sforzano di rimanere più vicini alla madre. La disponibilità delle madri a rispondere alle loro richieste di aiuto e sostegno appare poco prevedibile e coerente, inoltre esse sono spesso iperprotettive ed esercitano un eccessivo controllo sui figli, limitando la loro esplorazione indipendente dell’ambiente.
  4. Attaccamento disorientato-disorganizzato: questi bambini non manifestano un chiaro orientamento nel loro attaccamento; se si avvicinano alla madre a volte tengono la testa girata dall’altra parte, oppure si bloccano improvvisamente presentando curiosi momenti di fissità, anche dello sguardo, che ostacolano una normale condotta di attaccamento. Le loro madri rappresentano il gruppo senza dubbio più disturbato. Esse si comportano nei confronti dei figli in modo spaventato: sono molto ansiose, spesso soffrono di gravi disturbi depressivi o hanno subito gravi traumi o lutti durante l’età evolutiva. Nel rapporto coi figli, dunque, sembrano rispondere più ai loro problemi emotivi non risolti che alle esigenze di quelli.

Una volta acquisito, ciascun tipo di attaccamento rimane stabile nel tempo e si riflette nella costruzione di schemi cognitivi ed affettivi in grado di regolare aspetti diversi del comportamento.

Nei primi mesi e per tutto il primo anno di vita, l’adulto, in genere la madre, viene incontro ai bisogni del piccolo con comportamenti accoglienti, gratificanti, affettuosi ed indulgenti. È attraverso la vicinanza e il contatto fisico che un neonato si sente protetto, sente che qualcuno si occupa di lui e si “attacca” a chi lo cura, si affeziona e diventa emotivamente dipendente. Si sente sicuro quando è a contatto fisico con chi è in grado di proteggerlo.

Ricerche su bambini istituzionalizzati hanno dimostrato, infatti, che chi riceve cure fisiche adeguate, ma non viene coccolato o non è oggetto di giochi e attenzioni sufficienti da parte di una persona con cui possa formarsi un buon legame emotivo, non crescerà in modo adeguato.
Il processo di attaccamento produce anche la comparsa delle prime emozioni nel bambino: gioia quando può disporre della presenza della figura materna, paura quando questa si allontana o è assente, rabbia e protesta quando l’assenza continua o quando non vi è risposta ai suoi richiami, tristezza quando la separazione dalla madre si protrae ancora più a lungo e, infine, distacco emotivo e disinteresse quando tale assenza è decisamente molto lunga o la madre, pur presente, non risponde con sollecitudine e con costanza alle richieste di sostegno e di affetto da parte del bambino.
Le prime forme di angoscia che un bambino prova nascono dall’impossibilità di essere rassicurato e protetto e quando le figure di attaccamento si allontanano. La dipendenza, attraverso l’amore si radica nella mente del bambino.

Fondamentale in questa fase, come hanno sottolineato Donald Winnicott e John Bowlby, è che il piccolo si senta non soltanto curato e sostenuto fisicamente, ma anche che sia nella mente di qualcuno che vuole il suo benessere. Quando in seguito si accorgerà che anche lui può “trattenere” l’immagine degli altri nella propria mente, diventerà capace di tollerare la separazione. Nella dinamica dell’attaccamento, dunque, un genitore “buono” crea per il suo bambino un clima in cui sono possibili sia l’esplorazione creativa sia la verifica della realtà e il graduale distacco da lui.

Fornendo ad un lattante ciò di cui ha bisogno si stabilisce un’interazione fondata su un rapporto di fiducia e di piacere. Un bambino che sta bene con chi si prende cura di lui prova un insieme di sensazioni gradevoli che pongono le basi per una visione positiva dell’esistenza.
In questa fase egli va formandosi un primo “concetto di sé”. Poco per volta a contatto con le figure di attaccamento (genitori, fratelli, parenti, baby-sitter) e sulla base delle sue esperienze quotidiane, il bambino si rende conto che le sue iniziative ottengono degli effetti e, curioso e fiducioso, vuole esplorare, avventurarsi in spazi che non conosce. È importante che lo rassicurino, che capiscano le sue esigenze, che lo incoraggino, che gli trasmettano gioia e ottimismo.

L’importanza delle interazioni precoci madre-bambino è rilevante per la formazione del suo Sé e per lo sviluppo di una personalità più o meno equilibrata. Nei primi anni di vita si può instaurare uno “stile” di comportamento che farà da filtro alle esperienze successive ed in cui il bambino prende coscienza dell’esistenza di un mondo verso cui può provare fiducia o sfiducia, sviluppa l’autostima ed impara a comunicare in modi diversi.
L’attaccamento che emerge nelle prime fasi della vita, continuerà a caratterizzare il rapporto figura di attaccamento-bambino anche in seguito, ma in forme sempre più mature.

FONTI:

John Bowlby. Attaccamento e perdita. Vol. 1: L’Attaccamento alla madre. Borighieri. Torino, 1972.
Ainsworth, M., Blehar, M., Waters, E. and Wall, S. Patterns of Attachment. Hillsdale. Erlbaum. NJ. 1978.
Giovanni Liotti. La dimensione interpersonale della coscienza. Carocci. Roma, 2001.