La relazione diadica

La diade, dal latino tardo dyas, dal greco δυάς derivato di δύο (due), è un termine psicoanalitico introdotto da René Árpád Spitz per indicare la relazione madre-figlio nei primi anni di vita.
Il neonato vive con la madre una relazione simbiotica in cui c’è una percezione empatica della condizione emotiva di quest’ultima. Il bambino nasce e subisce l’ambiente familiare e l’organizzazione psicologica della madre.

In un arco di tempo che va dai sei ai diciotto anni ogni uomo si confronta con la realtà della diade. Si tratta di una sorta di realtà a due poli di cui uno, rappresentato dall’Io del bambino, è in costante azione e interazione con il secondo, l’Io dell’adulto-madre, vissuto come criterio di lettura del reale e principio informatore di ogni azione. In un normale processo di maturazione psicologica, il fanciullo si apre progressivamente alla molteplicità dell’esistenza e sviluppa un’azione personale via via più centrata su stesso anziché sull’adulto-madre. Quando il soggetto realizza l’unità di azione nel proprio Io pensante. per lui si apre la possibilità di cogliere il reale in modo totale, non più scisso. Con il graduale abbandono della diade l’individuo trova la propria utilità esistenziale.

Quando storicamente l’essere, ormai adulto, resta legato nella diade, ovvero continua a nutrirsi e convivere con essa, quel primo rapporto fondamentale individuo-madre stabilisce il comportamento nel soggetto. La diade diventa la matrice che cristallizza la tipologia di comportamento e definisce l’orizzonte di senso e di significato della sua esistenza. La relazione diadica, a questo punto diviene patologica perché impedisce all’individuo di aprirsi alla novità costante della vita e imprime una direzione ineliminabile e invariabile alla sua esistenza. La relazione diadica, è un passaggio necessario nel processo di maturazione psicologica dal momento che il bambino è incapace di provvedere a se stesso: il piccolo, per una necessità biologica di dipendenza, è costretto a svilupparsi in doppio, acquisendo dalla madre le strutture linguistiche e comportamentali; qualsiasi cosa voglia o faccia egli apprende dalla madre il modo di risposta ai suoi bisogni.

La relazione madre-figlio diventa patologica quando l’individuo vi resta incastrato dentro, subendola come complesso dominante. Quando il bambino diviene adulto sente l’esigenza di rispondere alle varie istanze della vita (vuole l’amicizia, l’amore, il sesso, il lavoro, l’autonomia) ma l’antica diade non è più sufficiente a rispondere alla complessità in divenire degli stimoli, pertanto il giovane, non trovando il modo di realizzare e soddisfare le sue istanze, cade in frustrazione. Un esempio tratto dalla biologia può aiutarci a comprendere meglio gli effetti devastanti di tale limitazione psicologica: nei processi di divisione cellulare vi è una fase in cui si producono due nuclei all’interno della cellula, dal nucleo originario si forma un’altra unità che progressivamente si differenzia dalla prima fino alla separazione completa. In una relazione diadica patologica la separazione non giunge mai a maturazione pertanto la nuova cellula resta incastrata nella cellula madre, impossibilitata a crescere e svilupparsi a sua volta.

L’adulto incastrato in una relazione diadica patologica sceglie e opera per complesso dominante, subisce la coazione a ripetere con un altro soggetto o ambiente che gli riproponga l’antico stile appreso dalla madre, perché è l’unico che conosce.
A livello inconscio gli uomini tendono a rimanere nella diade, ad agire in doppio, la circostanza di avere o meno perso la madre biologica è indifferente alla persistenza del legame perché questo si ripropone come coazione a ripetere, come dinamica complessuale, e scatta ogniqualvolta si incontra un problema.

Affinché la relazione diadica non degeneri in patologica regressione è indispensabile che il polo informatore dell’adulto-madre sia collegato all’ecogenesi dell’esistenza. Solo in questo caso, infatti, si dà possibilità di crescere con progressivo ampliamento degli orizzonti esistenziali. In caso contrario, attraverso la diade si trasmette solo la coazione a ripetere gli stereotipi sociali di cui la madre è soggetto trasmettitore, con progressiva regressione dell’individuo in un circuito di frustrazione esistenziale, accompagnato dai connessi vissuti emotivi di rabbia ed aggressività.

FONTI:

Umberto Galimberti. Enciclopedia di Psicologia. Garzanti. Milano, 1999.