Ruolo dei meccanismi di difesa nell’eziologia del rancore

Alla base del rancore da ingratitudine per i benefici ricevuti opera un sostanziale disconoscimento del valore affettivo del gesto d’aiuto. L’incapacità di riconoscere tale valore trae origine da un deficit di sviluppo del modello delle esperienze affettive e può comportare l’attivazione di un’istanza psicologica di rivalsa che affonda le radici nella debolezza strutturale dell’organizzazione dell’io.

La mancanza di esperienze affettive mature, basate sulla logica del dono piuttosto che sulla logica del possesso (espressione di infantilismo narcisistico), combinata ad un’intrinseca svalutazione delle proprie capacità, possono determinare nell’individuo un senso di competizione con gli altri. Questi ultimi, vissuti come termine di paragone, diventano una potenziale fonte di frustrazione ed un potenziale oggetto di aggressione. Dal momento che non è in grado di rintracciare in se stesso un senso interiore di forza e di autostima, l’individuo che inconsapevolmente operi una svalutazione delle sue capacità può sentire la necessità di una rivalsa sull’altro per eliminare la fonte della frustrazione e rafforzare il suo Io con un illusorio senso di potere.

I meccanismi di difesa(1) costituiscono una risposta difensiva, appresa e abituale che opera al di sotto della soglia della consapevolezza, ed è costituita nell’insieme dall’interazione complessa di almeno quattro fattori.

  1. Il temperamento costituzionale.
  2. La natura dei disagi subiti nella prima infanzia.
  3. I modelli difensivi espressi dai genitori e altre figure significative.
  4. Gli effetti di rinforzo sperimentati nell’uso di particolari difese.

I meccanismi di difesa sono processi psichici, spesso agiti a livello di risposta comportamentale, che hanno lo scopo di mantenere l’omeostasi psichica ovvero lo status quo del sistema mentale. Questo, a fronte di stimoli stressanti e potenzialmente generatori di conflitti tra bisogni, impulsi, desideri ed affetti e proibizioni interiori o dettate da condizioni esterne, mette in atto delle strategie difensive per mantenere la stabile e funzionale organizzazione dell’Io.
Le strategie difensive derivano dalla struttura originaria della vita e in quanto tali hanno una specifica funzionalità. Diventano distorsive quando, venuto meno l’impedimento al metabolismo vitale, il loro uso perdurante le trasforma in strutture limitanti e cristallizzate, che fanno scattare l’organismo in difesa in assenza di un reale ostacolo. L’informazione proveniente dall’ambiente viene così intercettata e deviata dai meccanismi di difesa, i quali filtrano gli input re-informando il messaggio in modo non corrispondente all’oggetto e all’ambiente.

I meccanismi di difesa sono dunque sentimenti, pensieri e comportamenti appresi che si attivano in risposta a percezioni, reali o presunte, di pericoli psichici. La loro funzione è alleviare le situazioni generatrici di stress fonte di angoscia, ansia, emozioni disorganizzanti o semplicemente al fine di mantenere l’autostima; la reiterazione nel tempo rende la strategia difensiva la modalità privilegiata, automatica, attraverso la quale l’individuo gestisce gli input provenienti dall’esterno.

I meccanismi di difesa possono essere classificati lungo un continuum gerarchico che va dall’adattamento al disadattamento.
Secondo la classificazione di George Vaillant e Christopher Perry sono considerate disadattive le difese utilizzate in poche e particolari circostanze che comportano una grande distorsione della realtà. Sono al contrario ritenute più adattive quelle che, aderenti alla realtà, consentono una migliore espressione e gratificazione degli impulsi, riducendo al minimo gli effetti negativi.

Nell’ambito degli studi di clinica psicodinamica vi è sostanziale accordo nel distinguere tra processi difensivi primitivi e processi difensivi secondari: le difese primitive attengono al confine tra il Sé e il mondo esterno mentre le difese secondarie, ritenute più evolute, si riferiscono ai confini intrapsichici come quello tra io esperienziale ed io operante.

Tra gli schemi difensivi di risposta di tipo primitivo, utili per comprendere le dinamiche psichiche dell’ingratitudine, sembrano giocare un ruolo di rilievo il controllo onnipotente, l’idealizzazione-svalutazione e la proiezione.Il controllo onnipotente: nasce come normale fantasia di onnipotenza in età infantile, nella fase in cui il bambino non distingue ancora tra fonte interna ed esterna degli eventi. Durante i vari stadi di sviluppo del senso di realtà il senso di onnipotenza subisce una drastica e graduale diminuzione (Ferenczi, 1913). Quando il controllo onnipotente diventa un tratto stabile di personalità, l’esame di realtà ne esce irrimediabilmente compromesso e nell’incapacità di distinguere tra mondo interno e mondo esterno l’individuo assume il livello di funzionamento caratteristico della personalità psicopatica.

L’idealizzazione: consiste nell’attribuire a sé o ad altri caratteristiche esageratamente positive. La tendenza a idealizzare è genericamente diffusa: tutti, in un modo o nell’altro idealizzano e nel farlo distorcono la percezione dell’altro, soprattutto nelle relazioni affettive. Secondo la Scuola delle relazioni oggettuali, di cui Melanie Klein è uno dei più autorevoli rappresentanti, la tendenza a idealizzare trae origine nella primissima infanzia, quando il bambino nel costruire la relazione con la madre distingue tra oggetti ideali e oggetti cattivi. Per effetto di tale scissione tutte le esperienze positive sono attribuite agli oggetti ideali mentre tutta l’ostilità e tutte le esperienze cattive sono attribuite all’attività degli oggetti cattivi o persecutori(2).

La svalutazione: intrinsecamente connesso all’idealizzazione, quale schema difensivo complementare. Il processo della svalutazione subentra nel momento in cui s’interrompe la dipendenza emotiva e si avvia il processo della separazione-individuazione. Nel rapporto genitori-figli spesso accade che il figlio svaluti la figura del genitore precedentemente idealizzato, tale passaggio costituisce quasi una fase naturale del processo di crescita e individuazione del figlio. La presenza di idonea capacità affettiva consentirà poi, nel tempo, di superare la svalutazione attraverso il recupero affettivo della figura genitoriale. Laddove la sfera dell’affettività non è adeguatamente sviluppata i contenuti svalutativi resteranno immutati nel tempo e spesso saranno accompagnati da sentimenti di rancore e di invidia. Infatti, non conoscendola in se stessi, si disconosce completamente l’affettività dell’altro.In presenza di un forte legame emotivo di dipendenza, il fatto di attribuire alla figura significativa un valore elevato esime l’individuo dalla responsabilità di indagare la natura reale del suo sentire: nel collocare l’oggetto dell’idealizzazione su un piedistallo si nascondono contenuti interiori di fragilità che la persona non è ancora in grado di affrontare e risolvere. Gettare giù dal piedistallo la figura precedentemente idealizzata è quindi una sorta di passaggio naturale nel processo di crescita verso l’autonomia.

Secondo la Macwilliams, il processo difensivo dell’idealizzazione è tipico della personalità narcisistica: l’istanza interiore di perfezione espressa esteriormente nelle varie forme della ricerca dell’avvenenza, del potere, del riconoscimento altrui, trae origine da un uso sistematico dell’idealizzazione, perché il Sé deve essere perfezionato per poter essere amato anziché essere accettato così com’è. È questo il motivo per cui la personalità narcisistica, nel denotare mancanza di accettazione di sé, denota mancata accettazione dell’altro e risulta tendenzialmente incapace di empatia, di provare ed esprimere affetti profondi.

Proiezione: “consiste nell’attribuire ad altri i propri sentimenti, impulsi, pensieri inconsci e inaccettabili”(3). In questo meccanismo di difesa manca la percezione del confine psicologico tra il Sé e il mondo, ed è per questa ragione che il soggetto proietta all’esterno ciò che è presente come contenuto rimosso o non cosciente al suo interno.

Nella sua funzione adattiva è la base dell’empatia (qualcosa di interno viene evidenziato proveniente dall’esterno).

Nella sua funzione disadattava si rileva particolarmente pericoloso per gli effetti distorsivi che comporta. Un organismo che agisce in proiezione falsa la concreta identità di se stesso perché agisce su altri ciò che gli è proprio ed esclusivo.

Tra i processi difensivi secondari che possono essere utili alla comprensione delle dinamiche di rancore si individuano la razionalizzazione, l’acting out e la formazione reattiva.

La razionalizzazione è il processo difensivo con il quale la mente inventa spiegazioni del proprio o altrui comportamento dotate di coerenza logica ma non corrette in relazione all’esame di realtà. Le affermazioni sono funzionali a trovare ragioni presunte delle azioni proprie o degli altri.

L’acting out è un agire impulsivo e improvviso, senza riflettere e senza apparente considerazione per le conseguenze negative dell’azione.
La formazione reattiva consiste nel percepire come inaccettabili i propri comportamenti, pensieri o emozioni e sostituirli con equivalenti diametralmente opposti.

Chi si sente debole può avere il bisogno di essere aiutato. Incapace di bastare a se stesso cerca nell’altro un sostegno. Tuttavia, nel momento in cui non viene colto il valore amicale e affettivo del gesto di chi lo aiuta, questi viene percepito come il testimone della sua debolezza, diventa lo specchio che riflette i suoi deficit: è colui che ci ricorda in modo del tutto inconsapevole che non si è forti come si vorrebbe.

Chi non vuole sentirsi debole, nel momento in cui ha bisogno di aiuto può mascherare il suo risentimento ricorrendo all’attivazione di una formazione reattiva (odia ma camuffa l’odio nel suo opposto e manifesta sentimenti di amicizia e affetto); successivamente, quando il senso dell’io si è rafforzato, può subentrare un acting out, una reazione improvvisa e incontrollata, giustificabile con una razionalizzazione (ho ritenuto giusto agire in questo modo perché…).

NOTE:

(1) ^ Freud fu il primo ad individuare nel 1894 l’esistenza di un meccanismo intrapsichico denominato “rimozione” avente la funzione di proteggere l’individuo da conflitti, idee ed emozioni disturbanti; sarà poi la figlia Anna Freud (1936) ad approfondire lo studio e la classificazione dei processi difensivi ampliando le quattro difese inizialmente citate dal padre: rimozione, sublimazione, spostamento e formazione reattiva.

(2) ^ Nella teoria delle relazioni oggettuali si ipotizza che il bambino proietti sullo stesso oggetto (il seno materno) le pulsioni fondamentali di vita e di morte. La proiezione sullo stesso oggetto di due pulsioni dicotomiche crea nel bambino un’ambivalenza generatrice di ansia che viene bloccata dal meccanismo di difesa della scissione dell’oggetto in un oggetto buono, quindi rassicurante, ed in un oggetto cattivo, persecutorio. Questa scissione diventa poi una sorta di circuito mentale abituale per cui il bambino proietta il suo amore sull’oggetto “buono” e la sua aggressività sull’oggetto “cattivo” e dall’altro introietta l’amore dell’oggetto buono e la persecutorietà di quello cattivo. Le qualità di oggetto “buono“ o “cattivo” nella teorizzazione della Klein hanno carattere fantasmatico e, pertanto, non sono necessariamente legati a vissuti reali.

(3) ^ Vittorio Lingiardi. La personalità e i suoi disturbi. Lezioni di psicopatologia dinamica. Il Saggiatore. Milano, 2004, pag. 149.

FONTI:

Nancy Mc Williams. La diagnosi psicoanalitica. Struttura della personalità e processo clinico. Astrolabio Ubaldini. Roma, 1999.
Vittorio Lingiardi. La personalità e i suoi disturbi. Lezioni di psicopatologia dinamica. Il Saggiatore. Milano, 2004.
George Eman Vaillant. Ego Mechanisms of Defense: a Guide for Clinicians and Researchers. American Psychiatric Press. Washington DC, 1992.
Hanna Segal. Introduzione all’opera di Melanie Klein. Martinelli Editore, Firenze 1975.