Fenomenologia rancorosa dell’ingratitudine – la rabbia dell’ignorare il beneficio ricevuto

Questo lavoro prende in esame i fenomeni connessi alle relazioni d’aiuto e i processi collegati alla costruzione della personalità nel corso dell’età evolutiva (a partire dall’iniziale rapporto diadico madre-figlio).

Le relazioni d’aiuto contraddistinguono i diversi momenti del ciclo vitale di una persona e ne favoriscono l’autonomia e l’indipendenza. Esiste tuttavia la possibilità che, nella sottile dinamica di dipendenza/indipendenza caratterizzante questo tipo di rapporto, alla gratitudine per un beneficio ricevuto si sostituisca un sentimento d’ingratitudine, di rancore e rabbia verso il “benefattore”.

In base all’ipotesi qui presentata, chi prova rancore non ha avuto la possibilità di sperimentare, aggregare ed elaborare contenuti affettivi significativi nelle prime fasi della vita; ignora, quindi, l’esistenza di autentiche relazioni d’affetto. È incapace di viverle, proprio per la mancanza di informazioni e per la carenza dei relativi schemi cognitivi.Il “rancoroso”, pur potendo ammettere l’aiuto ricevuto, non è in grado di essere riconoscente perché ignora i contenuti affettivi che sono dietro la relazione di aiuto. Non potendoli riconoscere in se stesso non li trova negli altri. L’incapacità di provare gratitudine è sostenuta da una generale difficoltà a condividere sentimenti e contenuti psichici. Nelle relazioni la condivisione non è mediata dalla sfera affettiva, ma dalla prevalenza delle esigenze dell’io.

Chi manca delle informazioni atte a soddisfare le proprie necessità, può ricorrere all’aiuto dell’altro che le possiede. Ciò comporta, sul piano relazionale, il riconoscimento di autorevolezza e del relativo “potere” a chi dispone delle conoscenze.

Nel momento in cui si deve disporre ad accettare le informazioni il beneficiato, con prevalente modalità narcisistica, va incontro ad una serie di difficoltà legate a:

  • non sapere;
  • essere in una posizione subordinata di “potere”;
  • fidarsi e considerare giusta l’informazione ricevuta;
  • disporsi a ridefinire i propri schemi cognitivi e stili comportamentali;
  • vivere il disagio provocato dal contenuto affettivo associato all’informazione-aiuto.

Nel caso in cui le informazioni risultino troppo complesse rispetto alla rappresentazione della realtà del soggetto, lo sforzo per elaborarle e integrarle nei propri schemi mentali è eccessivo. A questo punto si preferisce ricorrere a una modalità più semplice, quale quella antagonista: ci si mette contro la persona che ci sta aiutandolo.

E ancora, se nel beneficiato il divario tra l’immagine di Sé (in termini di sistema di credenze, schemi cognitivi, stili comportamentali, ecc.) e le implicazioni di cambiamento insite nelle informazioni-aiuto è insostenibile, quest’ultimo non può essere accettato e il peso di questa difficoltà viene proiettato sul beneficiante.

L’informazione donata e non elaborata rimane a livello dell’io, ristagna e diventa qualcosa di stantio, di “rancido”, qualcosa di inespresso che diviene insopportabile. Questi contenuti alimentano un’incessante rimuginazione, sostenuta anche dalla vergogna e dal senso di colpa. Nasce l’esigenza di eliminare il fastidio e il senso di oppressione, esigenza che porta all’odio verso la causa (il beneficiante) di tanto “dolore”. Si instaura un circolo vizioso nel pensiero a cui solo gli sfoghi rabbiosi possono dare un minimo, seppur temporaneo, sollievo.

Gli eccessi di rabbia costituiscono l’unica soluzione per tentare una comunicazione impossibile attraverso la naturale via dell’affettività. Il rancore così si auto giustifica perché permette all’individuo di comunicare al mondo e alla persona beneficante quei contenuti mentali che non hanno trovato espressione attraverso modalità affettive.